Herat. Base. Ricordo una notte, i soliti 40 gradi, il rumore ipnotico dei condizionatori impallati, la mia branda militare nella tenda, il back up quotidiano al computer delle foto della giornata. La stanchezza, il ronzio nelle orecchie, l’adrenalina che cala e strati di polvere su viso e collo. Sullo schermo un volto. Un’esplosione al petto e groppo alla gola. Piansi. Fu la prima e unica volta.

Quel giorno ero stata a visitare un piccolo orfanotrofio di guerra a Herat, gestito da un solo uomo. Non era la prima volta che venivo in contatto con realtá di questo tipo, ero preparata, almeno cosí credevo. C’erano sia bambini che bambine. I bambini dormivano in una camerata con letti a castello. E le bambine? chiesi all’interprete. Loro vanno ogni notte a dormire fuori da un qualche parente rimasto in vita.
Perché ? domandai
Perché altrimenti gli uomini sanno che qui ci sono donne facilmente disponibili e fanno irruzione. Non capivo. Donne non ne vedevo, c’erano solo bambine. La mia mente era inceppata. Non é  facile avere una moglie, la nostra tradizione impone un lungo fidanzamento e una dote.
Ma sono piccole! Dissi. L’uomo mi guardo’stupito. La maggior parte di loro mi spiegó sono già ex bambine spose. Avevano tra i 5 e gli 8 anni.

Una di loro mi colpí, un viso celato tra le dita, uno sguardo intenso e sfuggente, una donna, senza il tempo per diventarlo. Fu lì mentre la guardavo che qualcosa dentro di me si incrinò. Non ricordo il suo nome ma il suo sguardo ancora oggi lo porto dentro. Aveva un volto antico, dolce, struggente di una bellezza triste. Rimase nascosta per silenzi interminabili, dignitosa ma celata dietro mani di bambina. Posai la macchina. Mi sentivo impotente, superflua. Non so il motivo ma nella mia resa mi prese la mano e me la tenne finché non andai via. Si era schiusa, fiore notturno. Quel gesto mi esplose dentro. Poi in silenzio si sfilò il suo anello, un anello da patatine e io le diedi il mio braccialetto d’argento che non valeva nulla in confronto.

Mentre ero lí tutte insieme mi hanno scritto una lettera, mi hanno chiesto di tornare da loro con indosso tante cose che sarebbero stati doni da togliermi.

Le avrei portate via tutte. Con me. Come potevo andarmene? Eppure me ne sono andata. Ho preso un pacchetto di wafer e l’ho dato alla bambina senza nome, sentivo di avere troppo, avevano ragione loro, mi sarei spogliata di ogni cosa per alleviare, per pareggiare i conti. Mentre partivo lei mi ha salutato, nessun sorriso, un bambino le aveva giá strappato di mano i wafer. Nessuna reazione. Un gesto infantile ma carico di storia.

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